Le colonie penali nell'Arcipelago Toscano di Alfredo Gambardella

Sample ImageLe colonie penali nell'Arcipelago Toscano tra l'Ottocento e il Novecento di Alfredo Gambardella

Empoli, Ibiskos Ulivieri, 2009 

Il libro è dedicato ad Alfredo Gambardella senior, oggi ottantaseienne, uno degli ultimi direttori del Carcere di Capraia. 

Il libro è stato presentato il 14 Agosto 2009 presso la "Salata" al porto di Capraia (ex diramazione del Carcere)

   

 

 INTRODUZIONE

L’istituzione delle colone penali agricole e in particolare l’esperienza relativa alle isole dell’Arcipelago Toscano, rappresentano, nella storia delle istituzioni penitenziarie, un esempio significativo di come sia possibile prevedere soluzioni alternative alla pena detentiva scontata nelle carceri, tradizionalmente intese come luoghi chiusi.
Per la sua specifica natura è stato necessario trattare l’argomento da vari punti di vista. Nel primo capitolo è stata ricostruita la genesi storica delle colonie penali con particolare riferimento alla realtà toscana, partendo dalla istituzione nel 1858 dell’“isola-carcere” di Pianosa. Oltre a ciò, ho fatto alcuni riferimenti all’esperienza delle colonie penali italiane d’oltremare, nonché all’istituto del domicilio coatto, che, con le colonie agricole ha in comune il sistema della relegazione insulare (molte isole, in particolare Capraia nell’arcipelago toscano, ospitarono entrambi gli istituti).

Nel secondo capitolo, invece, ho considerato gli aspetti più propriamente politici e giuridici che interessano le colonie penali, riportando, per le varie epoche storiche, la normativa, le discussioni dottrinali, i commenti che gli studiosi facevano sull’istituto. Particolarmente significativo è stato lo studio riguardante la contrapposizione ideologica tra scuola “classica” e scuola “positiva” circa il ruolo che dovevano avere nel sistema punitivo le colonie penali, e le conseguenze da ciò derivate nella formulazione del codice penale “Rocco” del 1931.
Nel terzo capitolo ho esaminato gli aspetti più propriamente sociologici, in particolare il trattamento penitenziario cui erano sottoposti i reclusi all’interno delle colonie, gli orari che dovevano rispettare e il lavoro che dovevano svolgere, soprattutto in relazione al secondo dopoguerra, indicando quindi i motivi che hanno determinato la progressiva chiusura di tale tipologia d’istituto. Inoltre mi sono occupato dell’utilizzo sul finire degli anni Settanta delle colonie penali come istituti di massima sicurezza, con particolare attenzione all’isola dell’Asinara in Sardegna, in quanto ho rilevato alcune affinità tra questo istituto e il regime adottato nella sezione speciale (Agrippa) dell’isola di Pianosa.
Concludendo ho preso in esame l’attuale esperienza di Gorgona dove lo spazio disponibile nel contesto isolano rappresenta una variabile importante per compiere attività che in altre carceri non sono possibili e che sono un elemento fondamentale nella moderna funzione risocializzante del sistema carcerario.
Nell’analisi e nella ricostruzione del dibattito sul tema esaminato è stata fondamentale l’attività di ricerca delle fonti reperibile nell’Archivio di Stato di Firenze, che mi ha permesso di accedere ad antichi regolamenti e carteggi ufficiali del Ministero di Grazia e Giustizia (ora della Giustizia), nonché a testimonianze scritte di funzionari, operatori e detenuti.

Conclusioni



    Dalla trattazione sulle colonie penali agricole è emerso che l’istituto ha avuto diverse finalità e diverse modalità di realizzazione sia in relazione alle epoche storiche sia ai luoghi dove è stato concepito e attuato. Pertanto risulta difficoltoso evidenziare una linearità di intendimenti e di applicazioni, pur tuttavia possiamo evincere alcune peculiarità che rendono l’istituto rispondente a precise realtà storiche e sociali, soprattutto in relazione ad una logica penitenziaria non estranea a istanze riformiste e filantropiche. Ho assunto il lavoro, in particolare quello organizzato all’aria aperta, come l’aspetto distintivo delle colonie penali, che offrono ai detenuti la possibilità di espiare la loro pena in un ambito meno costrittivo, seppur in molti casi non sempre favorevole.
    Infatti la scelta della insularità, che caratterizza la quasi totalità delle colonie, se da una parte ha garantito una maggiore sicurezza, tenendo conto che i detenuti si possono muovere abbastanza liberamente in uno spazio determinato, dall’altro ha presentato numerosi risvolti negativi, primo tra tutti la lontananza che ha fortemente limitato la socialità dei detenuti e del personale. Altro aspetto negativo è rappresentato dai costi di gestione che questi istituti dovevano sopportare a causa, soprattutto, dei problemi di trasporto.
Si è giunti pertanto alla chiusura di gran parte degli istituti penitenziari presenti nelle isole, dopo che essi hanno ricoperto nel corso del Novecento un ruolo importante in alcune emergenze politiche e sociali relative a epoche e a contesti storici diversi. Pertanto le isole hanno subito una sostanziale trasformazione: da luoghi di detenzione privilegiata (per il fatto di svolgersi all’aperto), a luoghi punitivi. Pensiamo ad esempio, in epoca fascista, al domicilio coatto che venne riservato a coloro che non intendevano uniformarsi alle idee politiche dominanti o governative, divenendo così strumento di repressione e di coercizione ideologica; fino alla istituzione di istituti di massima sicurezza (Pianosa) che hanno rappresentato la risposta dello Stato di fronte all’emergenza mafiosa e terroristica.
Il presente è caratterizzato dall’esperienza di Gorgona, dove si è recuperato lo spirito originario delle isole–carcere. Essa è un modello positivo di organizzazione di lavoro e socialità, che, pur con i problemi inevitabili in un contesto carcerario, può rappresentare un’alternativa valida alle tradizionali carceri chiuse con il loro carico di disagio e la mancanza di prospettive motivanti .
Nel trarre le conclusioni sull’esperienza storica delle colonie penali risulta evidente che il tentativo di realizzare una modalità di esecuzione della pena detentiva diversa dal carcere “chiuso” ha avuto un esito nel complesso positivo soprattutto nella realtà attuale (Gorgona), dopo un lungo percorso di esperienze che hanno mostrato lo scollamento tra le finalità dichiarate (dare un’occupazione ai condannati, favorire la loro emenda morale, risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri) e le effettive situazioni di disagio e di precarietà delle condizioni di vita e di lavoro dei detenuti.
Le riflessioni che ho espresso riguardo al sistema carcerario hanno come punto di partenza i problemi attuali della detenzione penitenziaria (sovraffollamento, mancanza di prospettive di lavoro, scarse attività risocializzanti, ecc.) e come punto di arrivo le prospettive future che si fondano sulla validità dell’esperienza di Gorgona.
Gli aspetti rilevanti di tale esperienza consistono nel fatto che il lavoro è considerato l’elemento cruciale del trattamento penitenziario, (ciò limita gli aspetti demotivanti e apre prospettive future sul piano lavorativo); inoltre una permanenza in cella limitata alle sole ore notturne permette ai detenuti di trascorrere gran parte della giornata all’aria aperta con gli evidenti benefici che il rapporto con la natura comporta.
Tutto ciò non esclude che siano presenti problemi legati soprattutto alla lontananza dalla terraferma con i conseguenti disagi per i detenuti, il personale addetto alla struttura e i loro familiari, tutti elementi che hanno contribuito in modo determinante alla progressiva chiusura delle colonie.

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