Isola di Capraia: Approfondimenti

Le isole sono luoghi di fuga. Ci affascina sognarle. Ci rapiscono una volta approdati


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Ritrovamenti. Echi dell’isola di Capraia a Genova/2 Il “fascicolo fantasma” dell’ASPG

Giorgio Roster, Veduta dell'Isola di Capraia con barche di pescatori e carabinieri, inizio secolo XX (Archivio Alinari)

 

Ritrovamenti. Echi dell’isola di Capraia a Genova/2 Il “fascicolo fantasma” dell’ASPG.

 

Eccoci al secondo appuntamento della nostra rubrica dedicata ai ritrovamenti archivistici d’argomento capraiese in quel di Genova. L’archivio storico dell’omonima Provincia (in sigla ASPG) contiene un buon numero di pratiche intestate direttamente al Comune di Capraia e altri documenti concernenti l’isola si possono trovare in fascicoli diversamente titolati. Per la consultazione dell’archivio, la vecchia Provincia di Genova aveva compilato un catalogo cartaceo e creato un programma di consultazione “on line” dello stesso. Tuttavia, se tentaste di risalire ai polverosi incartamenti riguardanti Capraia ricorrendo a tali strumenti, non trovereste mai il fascicolo 14, casella 33 della categoria V “Opere Pubbliche” poiché nel catalogo (sia cartaceo che digitale) esso non compare affatto e anche la ricerca tramite PC sarebbe quindi altrettanto infruttuosa. Ma il “fascicolo fantasma” invece esiste e – piccola grande sorpresa – riguarda proprio la nostra amata isola. Il titolo del fascicolo è infatti: “Sussidio per opere pubbliche 1896-1902”. Ovviamente, chi scrive questo dossier lo ha “trovato” per puro caso, non essendo materialmente possibile, come già detto, risalire ad esso utilizzando un qualsivoglia criterio di ricerca. E il caso ha voluto che si trattasse pure di un incartamento ricco di documenti piuttosto interessanti. Quasi tutti, infatti, trattano di un tema che localmente rivestiva sicuro rilievo ossia la costruzione, sul finire del secolo XIX, di una nuova strada carrozzabile tra il porto e l’abitato di Capraia. Ecco l’elenco completo dei documenti (risalenti agli anni 1896, 1897 e 1902) che trattano tale argomento:

 

  • Ø Documento numero 1: 06 gennaio 1896, Deliberazione del Consiglio Comunale di Capraia Isola n. 1 avente ad oggetto: “Circa la costruzione di una strada comunale dal porto adducente al paese a al fonte pubblico”;

 

  • Ø Documento numero 2: 28 gennaio 1896, lettera del Sindaco di Capraia Isola al Presidente della Deputazione Provinciale di Genova avente per oggetto: “Circa la costruzione di una strada dal porto al paese”;

 

  • Ø Documento numero 3: 5 febbraio 1896: lettera del Segretario Capo della Provincia di Genova all’Ingegnere Capo della Provincia di Genova, senza oggetto (ma concernente la nota strada);

 

  • Documento numero 4: 16 marzo 1896, lettera del prefetto di Genova al Presidente della Deputazione Provinciale di Genova avente per oggetto: “Costruzione di una strada dal porto al paese”;

 

  • Documento numero 5: 20 marzo 1896, lettera del Segretario Capo della Provincia di Genova all’Ingegnere Capo della Provincia di Genova, senza oggetto (ma concernente la nota strada);

 

  • Ø Documento numero 6: 26 giugno 1896, lettera dell’Ingegnere Capo dell’Ufficio Tecnico della Provincia di Genova al Presidente della Deputazione Provinciale di Genova avente per oggetto: “Capraia (Isola). Domanda del Comune per ottenere il sussidio della Provincia nella costruzione di una strada carrozzabile dal porto all’abitato”;

 

  • Ø Documento numero 7: 9 luglio 1896, lettera del Ragioniere Capo della Provincia di Genova al Signor Deputato Provinciale Elia avente ad oggetto: “Domanda del Comune di Capraia Isola per ottenere il sussidio della Provincia nella costruzione di una strada carrozzabile dal porto all’abitato”;

 

  • Ø Documento numero 8: 9 luglio 1896, estratto del processo verbale della seduta in data 09/07/1896 della Deputazione Provinciale di Genova;

 

  • Ø Documento numero 9: 27 gennaio 1897, lettera del Presidente della Deputazione Provinciale di Genova al Sindaco di Capraia Isola avente per oggetto: “Sussidi provinciali per la nuova strada”;

 

  • Ø Documento numero 10: 10 marzo 1902, lettera del Presidente della Deputazione Provinciale di Genova al Sindaco di Capraia Isola avente ad oggetto: “Strada dalla Marina all’abitato”;

 

  • Ø Documento numero 11: 31 marzo 1902, lettera del Sindaco di Capraia Isola al Presidente della Deputazione Provinciale di Genova avente per oggetto: “Costruzione strada”;

 

Di tutti questi, il documento più notevole è certamente il numero 6. Trattasi infatti di un dettagliato rapporto redatto dall’Ufficio Tecnico provinciale dopo l’“opportuna visita” effettuata a Capraia dall’Ingegnere Capo della Provincia di Genova nella primavera del 1896. Vale pertanto la pena riportarne il testo integrale:

 

Sulla istanza del Comune di Capraia (Isola) a che la Provincia concorra nella spesa della costruzione di una strada carrozzabile che dal porto conduca all’abitato, sono opportune alcune preliminari considerazioni. Trattasi di un caso specialissimo, poiché l’isola in parola, da lunghi anni faciente parte della nostra provincia, parrebbe a rigor di legge esclusa da quei possibili benefizi che l’ente Provincia può offrire ai contribuenti. Chi esamini infatti l’art. 13 della Legge 20 marzo 1865, allegato F mal saprebbe assegnare la strada in parola alle provinciali e pur nondimeno è debito l’ammettere che essa ha una capitale importanza per gli interessi industriali, commerciali ed agricoli di questa parte della provincia in relazione anche col resto della Provincia stessa e del continente. Se invece si esamini l’art. 16 della Legge, la strada di Capraia troverebbe più agevolmente posto fra quelle comunali che dai maggiori centri di popolazione di un Comune inducono o mettono capo a ferrovie o porti. Ma tali caratteri che col favore delle Legge del 30 agosto 1868 sulle strade comunali obbligatorie, avrebbe assicurato al Comune il concorso della Provincia e dello Stato e ridottagli alla metà la competenza passiva della spesa, ora a nulla giovano essendo stata l’anzidetta legge abrogata. Il Comune di Capraia si trova quindi in oggi di fronte alla necessità assoluta di por mano alla costruzione della strada, ma non possiede gli occorrenti mezzi finanziari né li avrebbe ricorrendo a maggiori aggravi pei contribuenti scarso essendone il numero, e non trova nella legge quel soccorso che pur meriterebbe. Dell’assoluta necessità della strada in parola mi sono convinto con opportuna visita e con l’esame delle condizioni locali. Dal piccolo porto, rifugio in tempi di traversia, a bastimenti di mediocre portata, e dal circostante abitato della Marina, una mulattiera tortuosa e ripidissima superato un dislivello di metri 57 circa, conduce al capoluogo del Comune. Tale mulattiera, se non presenta i gravi pericoli segnalati dal Comune nella sua istanza, è nondimeno incomodissima e non rispondente alle esigenze crescenti del transito reso sempre più intenso dallo sviluppo che ha preso la colonia penale che risiede nell’isola, e che ne è il maggiore cespite di guadagno. Ho escluso che la mulattiera attuale sia molto pericolosa, ma non debbo tacere che allorquando per le pioggie gelate spinte dai forti venti di greco, il suo piano viabile composto di massi di trachite (materiale che costituisce l’ossatura dell’isola e che sotto l’azione degli agenti atmosferici e dell’uso si arrota) diviene sdrucciolevole, è fuor di dubbio che pericoli non possono mancare, ciò che del resto è purtroppo provato da infortuni occorsi. L’Amministrazione carceraria già più volte eccitò il Comune a rendere meno faticose, meno dispendiose e più sicure le comunicazioni fra il porto e il paese, e fece comprendere che non rifiuterebbe il suo concorso nella spesa avendovi essa interesse; trovasi infatti la direzione della colonia nell’abitato e la nuova strada la unirebbe al porto ed ai terreni che la colonia stessa coltiva e nei quali progredisce la costruzione di strade rotabili. A tale proposito ebbi io pure formali assicurazioni da un Ispettore di detta amministrazione che trovavasi per suo ufficio nell’isola; egli farà cioè al Ministero le maggiori possibili premure onde un congruo sussidio sia concesso al Comune. Mi sono altresì occupato delle modalità tecniche della strada in questione concretandone l’andamento generale d’accordo coi rappresentanti l’Amministrazione comunale e col detto Ispettore, e da tale studio di massima ho riportata la convinzione che la minima spesa necessaria raggiungerebbe circa Lire 12.000 superando così le previsioni fatte dal Comune. Ciò nella ipotesi di una strada di metri 4,50 di larghezza, con pendenza fra il 5 e il 7 per cento con una lunghezza di circa un chilometro, e sulla considerazione che la mano d’opera è a buon prezzo prestandola i condannati stessi a prezzi di tariffa, che la pietra è sul sito d’impiego, che la sabbia si può avere dal mare e la calce da Livorno e purché si usino molto limitatamente murature a secco, e ancor meno quelle in malta. Premesse tali informazioni, pregiomi di proporre che il sussidio chiesto dal Comune di Capraia venga accordato, e parmi che la mia proposta se non trova appoggio formale nella legge sui lavori pubblici, possa però trovarlo in quei sentimenti di giustizia e di equità che forse in questo caso più che in ogni altro è lecito invocare, all’isola di Capraia nessuno altro benefizio può estendersi fra quelli che alla restante provincia non mancano, all’infuori di quello in esame; nessun’altro prima d’ora le fu concesso, ed un rifiuto che oggi fosse opposto alle giuste istanze di quella popolazione oltre a risolversi in un gravissimo ed irrecuperabile danno, le darebbe altresì a credere che l’amministrazione Provinciale fosse meno sollecita del benessere di Capraia in confronto di quello d’altre parti della provincia. Ritenuto infine come sopra è detto che la spesa occorrente possa raggiungere le lire 12mila, e che il concorso dell’Amministrazione carceraria debba essere maggiore di quello della Provincia, sono di avviso che questo possa limitarsi a Lire 4.000. Tale somma sarebbe da concedersi alle seguenti condizioni: 1° Che il concorso sia fisso ed invariabile ancorché l’importo dei lavori risultasse superiore alle lire 12mila previste. 2° Che il progetto venga studiato regolarmente ed in modo definitivo, e sia approvato oltre che dall’Amministrazione Governativa, anche dall’Amministrazione Provinciale su parere dell’Ufficio tecnico. 3° Che il pagamento avvenga in due rate di lire 3mila la prima e Lire 1000 la seconda e sia cioè corrisposta la prima rata dopo un mese dal cominciamento dei lavori regolarmente accertato; la seconda rata poi a lavoro ultimato e collaudato col concorso dell’Ingegnere Capo dell’Ufficio tecnico Provinciale”.

Interessante, vero?

In realtà, avvalendoci di informazioni reperibili in un altro fascicolo dell’ASPG (n. 43, casella. 34, cat. VI), possiamo concludere il nostro articolo riportando quelle che furono le tappe principali del percorso che condusse alla realizzazione della nuova carrozzabile porto-paese. Il progetto originario della strada fu redatto dal Genio Civile nel 1905 ed i lavori iniziarono nel 1910. L’anno seguente, la Provincia predispose un nuovo progetto e, causa il lento protrarsi dei lavori principali e suplettivi, l’opera poté essere terminata e collaudata soltanto nel 1917. La spesa superò Lire 68.000 (per la precisione Lire 68.607,05, oltre il quintuplo dell’importo ipotizzato dall’Ingegnere Capo della Provincia nel 1896!). Il Governo contribuì per circa la metà della spesa (Lire 33.810,76) mentre la Provincia di Genova erogò Lire 16.905,38, esattamente la metà del sussidio pagato dallo Stato. La nuova strada era lunga 1018,54 metri con pendenza massima del 7%.

Ma, attenzione! Quello appena narrato non è un episodio storico irrimediabilmente trascorso. Al contrario, esso influenza ancora l’attualità, riferito com’è ad una strada che costituisce tuttora l’unico percorso rotabile tra il porto e l’abitato superiore di Capraia; proprio quello, cioè, che i pochi abitanti stabili e i tanti “turisti” utilizzano ogni giorno dell’anno per i loro spostamenti sull’isola.

 

Dedicato alla madre di Marida e Giovanni Bessi, recentemente scomparsa

 

FAUSTO BRIZI

Genova, 22 novembre 2017

 

Ritrovamenti. Echi dell’isola di Capraia a Genova

Ritrovamenti. Echi dell’isola di Capraia a Genova/1 Sorpresa all’Istituto Mazziniano


 

Con quest’articolo, inauguriamo una piccola rubrica mensile dedicata ai ritrovamenti archivistici riguardanti l’isola di Capraia avvenuti a Genova in questi ultimi anni. Uno dei più inaspettati si è verificato nel 2017 presso il Museo del Risorgimento di Genova. Altrettanto sbalorditivo è stato l’indizio originariamente colto: la presenza “in rete” di un estratto dal catalogo dei manoscritti del Museo (noto a Genova anche come “Istituto Mazziniano”) compilato nel 1915 (!) dal benemerito Achille Neri. Si trattava, in particolare, del progressivo 1578 in corrispondenza del quale si poteva leggere: “Pratiche riguardanti la manifattura tabacchi di Capraia”. Beh, per chi scrive, qualcosa di più di una labile traccia, ma essendo trascorso molto tempo da quel remoto censimento,che cosa ci si poteva realmente aspettare? Forse nulla (mi sono più volte risposto). Invece, ecco l’ennesimo lieto imprevisto: nell’archivio del Museo, il fascicolo 1578 c’era ancora e nel suo frontespizio erano indicati gli 8 documenti contenuti al suo interno. Un plico smilzo, dunque, sebbene molto interessante. Queste carte sono rimaste a Genova perché un discendente dell’antico loro proprietario, Vincenzo Ricci, nobile genovese più volte ministro nei primi governi costituzionali del Regno di Sardegna, li donò al Museo del Risorgimento tramite un legato. Le citiamo seguendo fedelmente l’elenco riportato sul frontespizio che, peraltro, non riflette alcun ordine cronologico. Il primo documento consiste in una lettera del Sindaco di Capraia Isola al Ricci risalente al 6 giugno 1867 ed ha per tema la chiusura della locale manifattura tabacchi. Il secondo è in realtà una minuta di un’istanza, d’argomento analogo al precedente, che lo stesso Ricci compilò per presentarla al Re Vittorio Emanuele II. Segue una lunga perorazione redatta da vari rappresentanti del Comune (sindaco, assessore anziano, consiglieri, etc.) ugualmente indirizzata al sovrano d’Italia in cui essi lamentano le gravi condizioni socioeconomiche dell’isola e chiedono il mantenimento della fabbrica dei sigari. C’è poi un’altra relazione stesa dal Ricci per unirla alla sopra citata istanza del Comune. Di notevole rilievo, inoltre, un altro suo più articolato promemoria sulla critica situazione degli isolani preparato per il Ministro dei lavori pubblici. La cartella “1578” contiene inoltre: un’altra lettera del Sindaco di Capraia datata primo maggio 1868 (anche in questo caso, indirizzata al Ricci); una prolissa esposizione di Domenico Cuneo, ex direttore della manifattura tabacchi, in cui sono riassunti i fatti salienti della vita di quell’azienda e, per finire, una svelta lettera che il Ministro dei lavori pubblici scisse al Ricci il 2 agosto 1867. Tutto materiale degno di essere attentamente analizzato e molto utile nel caso si volessero ricostruire la storia - breve, ma densa – di una delle più curiose manifatture tabacchi dell’intera penisola (isole comprese, è proprio il caso di dire). Arrivederci al prossimo ritrovamento!

FAUSTO BRIZI

Genova, 27 settembre 2017

 

Autunno 1853, il Forte San Giorgio precipita nel mare di Capraia!

Il Forte San Giorgio prima del crollo.

Carta – risalente al 1767 - che è conservata in Archivio di Stato di Torino, fondo Carte del Genovesato, di Anonimo, Capraia assediata dai corsi di Pasquale Paoli, s.d. (ma secolo XVIII)


di Fausto Brizi

 

Autunno 1853, il Forte San Giorgio precipita nel mare di Capraia!

 

La storia secolare dell’antico forte genovese di San Giorgio nell’isola di Capraia è segnata da un drammatico episodio che determinò una significativa mutilazione di tale struttura. Nel 1853 infatti, per cause naturali legate all’erosione marina, crollarono le volte di alcune grotte sottostanti la fortezza (la più vasta era detta “del Morgano”) determinando il cedimento di una vasta porzione del forte con la conseguente rovina a mare di vari edifici e piazze esistenti all’interno del suo perimetro. L’ala più colpita fu quella posta a nord-est ove, al momento dei crolli, esistevano alcuni immobili adibiti a diversi usi (uffici, magazzini, forni, prigioni, etc.) connessi alla presenza di una guarnigione militare piemontese e di un “bagno marittimo”.

Al tempo, Capraia faceva infatti parte del Regno di Sardegna che dal 1815 aveva stanziato sull’isola un distaccamento di fanti di marina “Real Navi” alloggiati nel forte ove si trovavano sia il comandante dell’Isola col suo “aiutante di piazza” sia il comandante dl distaccamento. Dal primo dipendevano 3 “alcaidi” e 9 guardiani di torri (Porto, Zenobito, Barbici) e pure alcune decine di “militi urbani”. Come già detto, il Forte ospitava pure un piccolo bagno penale con circa una trentina di condannati impiegati nei lavori di rinnovamento del porto promossi dal governo di Torino. Il bagno dei condannati e gli uffici del personale civile impiegato nella relativa “azienda” erano situati proprio nella zona che doveva sprofondare nell’autunno del 1853. Di quel tragico crollo sappiamo qualcosa attraverso le “vecchie” annotazioni del Cionini più recentemente riprese dal Riparbelli, ma ora un manoscritto anonimo già appartenuto al politico risorgimentale  Giorgio Asproni ci consente di aggiungere qualche particolare in più in attesa che possano essere consultati altri materiali giacenti nell’archivio di stato centrale in Roma.

Come si è detto il manoscritto è anonimo, non datato né firmato. Tuttavia, per i suoi contenuti, è possibile farlo risalire al 1853-54 ed attribuirlo a persona assai informata sui fatti, si direbbe ad un testimone oculare degli eventi. Il taglio è descrittivo e polemico al tempo stesso: al racconto minuto degli eventi si accompagna la costante critica nei confronti delle autorità deputate a far fronte alle conseguenze della gigantesca calamità. Il comandante dell’Isola Boggiano, il Commissario (di Marina) Morin e l’ingegnere militare Boraggini vengono aspramente criticati per la loro viltà, imperizia ed accentuata disonestà essendo dipinti – attraverso esempi piuttosto eloquenti - come dei veri e propri approfittatori delle sciagure altrui (in questo caso dello stato sabaudo). Il nostro Anonimo li tratteggia infatti come perennemente intenti a sfuggire dai pericoli, ad accaparrarsi beni di ogni tipo (legname, tegole, arredi, etc. asportati dal forte) e, fatto davvero clamoroso, a vendere pesci e sigari sui vapori postali! L’unico a salvarsi sembra essere il comandante del distaccamento, tale Serasio, il cui intrepido comportamento viene più volte elogiato nel manoscritto così come i fanti che sono molto apprezzati dall’Anonimo per il loro indomito impegno nel ripulire il forte da un vero e proprio mare di macerie.

Di notevole interesse è l’esatta scansione degli eventi; non si trattò infatti di un unico gigantesco crollo, ma di più frane che dapprima compromisero l’assetto della fortezza e poco dopo determinarono la sparizione di circa un quarto/un terzo della stessa. C’è peraltro discrepanza tra il frontespizio e il contenuto del manoscritto: nel primo sono indicate le date del 7, 11, 13 ottobre e 15 novembre; nel secondo quelle dell’8, 11, 13 ottobre e 12, 15 novembre. Comunque sia, il primo episodio databile al 7/8 ottobre “lasciò in grave pericolo una rilevante parte delle opere di fortificazione”esistenti nella parte est senza causare vere e proprie distruzioni; durante il secondo, invece, rovinarono in mare alcuni edifici, parapetti e piazzali provocando un enorme boato e la fuga della popolazione dal paese; nel corso del terzo non vi fu che “un avvalamento di poco conto”. Nel mese di novembre, e più precisamente il 12, si verificò un’altra grande scossa a cui seguì la frana di un’ulteriore porzione di fortezza che venne così abbandonata dai soldati; l’ultimo devastante crollo avvenne il 15: gli abitanti dell’isola, soprattutto donne, furono così suggestionati dall’evento da convincersi, complici la pioggia torrenziale ed il lugubre suono delle campane, dell’imminente fine del mondo (!). Il manoscritto è molto preciso nello stabilire quali manufatti furono letteralmente spazzati via dall’enorme frana e quando essi precipitarono; stante la natura sintetica di questa nota si propone qui sotto un’apposita tabella riassuntiva delle diverse citazioni senza ulteriori commenti.

 

Data delle scosse

Parti della fortezza di San Giorgio interessate dai crolli

7/8 ottobre 1853

Restano in grave pericolo (parte Est del forte): “1. tutto il parapetto che dalla cisterna nord la quale trovasi innanzi all’ospedale militare e del bagno conduceva alla batteria del sud-est sottoposta al maschio; 2. tutta la piccola piazza che trovasi innanzi all’alloggio dei guardia-ciurma unitamente all’intera caserma di dette guardie, l’alloggio dell’impiegato dell’azienda il quale trovasi diviso dall’alloggio dei guardia-forzati da un piccolo giardino, oltre una piccola batteria che trovatasi sotto detto alloggio, ed il magazzino generale

11 ottobre 1853

Rovinano in mare: “tutte le opere già citate, cioè l’alloggio dei guardia-forzati, tutto il parapetto, la cucina dei condannati e la loro latrina, la metà del giardino della parte del nord che divideva l’alloggio dei guardia-forzati dall’alloggio dell’impiegato dell’azienda e la metà della piazza che era innanzi all’alloggio del guardiano dei bagni

13 ottobre 1853

Non si verifica che: “un avvallamento di poco conto

12 novembre 1853

Rovinano in mare: “la casa tutta del commissario e metà del giardino della parte del maschio il quale era tutto intatto ancora oltre la metà della batteria del sud-est lasciando un’apertura grandissima, la quale dal maschio prendeva i forni del forte, veniva dirittamente all’ovest nella camera del contabile del distaccamento, poi voltava a nord nella prigione del distaccamento e la latrina ed il camerine superiore oltre i retto dell’ospedale

15 novembre 1853

Rovinano in mare: “il forno principale, il rimanente della piazza dei guardiani del Bagno, tutto il passaggio che dal forno conduceva al maschio lasciando in tal modo il quartiere [militare] sull’orlo del precipizio

 

In sostanza, avendo a mente la carta del Sauli (e, in particolare, la cd. “specialità del forte”) risalente al 1843,  il gigantesco e spaventevole evento di cui si parla in questo articolo – e che tuttavia non causò vittime – provocò la sparizione de: 1) il padiglione degli impiegati (ex quartiere delle donne); 2) i bagni dei condannati (ex antica chiesa di Santa Croce); 3) il locale cucine e forni, 4) il magazzino dei viveri; 5) l’ospedale (ex magazzino del sale e stalla).

Ciò precisato, non si può certo negare la permanenza – in chi scrive - di un certo rammarico per non essere sinora riusciti ad identificare l’autore del prezioso resoconto, ma come si diceva sopra, alcuni indizi quali, ad esempio, l’accentuato anticlericalismo (i frati del convento di S. Antonio sono più volte definiti “fratacci”, il sindaco e gli stessi frati sono apostrofati come “figli di Lojola”!) o il reverente rispetto nei confronti dei militari del “Real Navi” potrebbero essere in seguito utilizzati per delle più approfondite ricerche presso altri archivi e biblioteche. Ecco quindi un altro motivo per scandagliare – ancora – il passato di un’isola minuscola, ma piena di sorprese come la Capraia…

 


Carta Regno di Sardegna, Isola di Capraja, 1852 (particolare del Forte San Giorgio)


 

Fausto Brizi

 

 

 

APPENDICE – Il Manoscritto

Relazione circonstanziata riguardante la rovina del Forte di Capraja avvenuta le sere del 7, 11 e 13 ottobre e il giorno 15 novembre 1853, con una giusta osservazione sulle operazioni, e sui provvedimenti che si presero a tal riguardo.

 

La sera dell’8 ottobre 1853 alle ore 2 del mattino udissi all’improvviso una terribile scossa nel forte dell’Isola di Capraja la quale fecessi sentire anche nel paese il quale trovassi al piede del medessimo. Tutti credettero in quel momento che fosse qualche scossa di terramotto, ma qual fu la sorpresa dei militari che compongono la Guardia del forte, la mattina dell’8 appena giorno i quali ebbero a virificare non essere stata prodotta tale scossa da terramotto ma bensì, dall’essere rovinato in mare una gran parte della base del forte, la quale per essere di una pietra vulcanica, e sabbiosa veniva dal tempo e dal mare in mare distrutta e consunta lasciando sotto la basse del forte una assai grande vasca la quale aveva per volta poca terra e scoglio ed il forte. Nel rovinare, che fece tale opera e prodotta dalla scossa lasciò in grande pericolo una rilevante parte delle opere di fortificazione che esistevano dalla parte Est, cioè: 1° tutto il parapetto che dalla cisterna Nord la quale trovassi inaanzi all’ospedale militare e del bagno conduceva alla batteria del Sud Est sottoposta al maschio; 2° tutta la picola piazza che trovassi inaanzi all’alloggio dei guardia ciurma unitamente all’intiera caserma di dette guardie, l’alloggio dell’impiegato dell’azienda il quale trovassi diviso dall’alloggio dei guardia forzati da un picolo giardino, oltre una picola batteria  che trovavassi sotto detto alloggio, ed il magazzino generale ove eravi tutta la dotazione del forte in materiali d’Artiglieria e Genio ed altri oggetti del Governo.

Trovandosi per tal maniera il magazzino generale in grande pericolo, e solo spinto dal pensiero di poter salvare quanto vi era in esso conservato, il comandante del distaccamento, faceva conoscere al comandante del forte che sarebbe il primo lavoro a fare, ma il comandante del forte poco curandossi di quanto vi era nel magazzino come pure il commissario che col comandante trovassi in piena relazione o forse per trovarsi forse mancante qualche oggetto di dotazione speravano che col precipitare in mare le opere di fortificazione che erano in pericolo, e dovendo pure rovinare l’intiero magazzino generale era per loro un giusto motivo di fare conoscere allora esservi stato il tutto e che la forza maggiore sola poté impedire di salvarla. La mattina dell’11 andante mese alle ore 2 del mattino rovinava in mare tutte le opere già citate, cioè l’alloggio dei guardia forzati, tutto il parapetto, la cucina dei condannatti, e la loro latrina, la metà del giardino della parte del Nord che divideva l’alloggio dei guardia forzati dall’alloggio dell’impiegato dell’azienda e la metà della piazza che era innanzi all’alloggio dei guardiano dei bagni, tanta fu terribile la scossa che la popolazione quasi tutta fuggì dalle loro case  per paura che essendo per lo più di terra non venisse a cedere il loro tetto , ed i soldati componenti il distaccamento temevano pure che la scossa non potesse al loro quartiere apportare qualche danno essendone le mura di terra come pure tutte le fabbriche esistenti nel forte, ma nulla però ebbe a sucedere in male nè per il paese nè per il forte. Fu il primo dovere del comandante di recarsi appena giorno dal guardiano del convento del paese a pregarlo mediante pagamento a fare tre sere continue un triduo per ringraziare il cielo che non aveva fatto succedere veruna disgrazia, ma il comandante del distaccamento fu più suo dovere a virificare se il magazzino generale era rovinato, e visto che era ancora intiero e che ancorché fosse in grave pericolo e non vi fosse che 2 metri di un terreno fragile e tremante per poterssi introdure fece tante premure al comandante del forte che costui, le inviava per mezzo del suo servo la chiava di detto magazzino snza però dargliene avviso nè ordine alcuni d’ufficio onde tentasse la temeraria operazione di salvare quanto in detto magazzino vi era e recatossi al porto dalla mattina non fece ritorno che alla sera speranzoso che avrebbe trovato al suo ritorno, il quale fu a motivo che il servo ovvero spia andò avvisarlo non esserssi fatto alcun lavoro e presa nessuna disposizione da parte del comandante del distaccamento per salvare gli oggetti del magazzeno, cosa che non aggradì nè il comandante del forte nè il commissario. Il giorno 12 però il comandante ancorché non avesse datto aviso al comandante del distaccamento con ufficio ma bensì verbalmente di fare il suo possibile per salvare ogni oggetto di dotazione, allora il Sig. Serasio alla testa del suo distaccamento, il rimo lui introdutossi nel magazzeno generale stante i grandi pericoli, e seguito d tutto il distaccamento il quale secondava il loro comandante con quella calma e sangue freddo, e col coraggio proprio dei Real Navi cominciarono quella rischiosa operazione, il comandante del forte il visto tutti i soldati entro il magazzino cercava di ritirarsi ma chiamato dal Sig. Serasio, tremando per la sua vita entrò nel magazzino,  visto il terreno tutto aperto, ed i tremanti fuggì e si ritirò nel quartiere ove restò fino alle ore 12 precise , e poi si ritirò al porto per essere più sicuro. Il coraggio che il comandante del distaccamento dimostrò, ed il suo bravo distaccamento meritano al certo un premio, ma si seppe che il comandante del forte d'accordo col Sig. Ufficiale Isnardi del Genio, e dell'assistente civile Boraggini i quali stati spediti in quest'isola di Capraja per verificare il guasto del forte nel loro processo verbale e rapporto fatto al Ministero, avendo vissuto a spese del comandante fecero in maniera di fare vedere essere il comandante del forte aver fatto ogni cosa ed assistito per ove eravi pericolo, mentre se i soldati avessero imitato il comandante del forte avrebbero abbandonato il forte; pero il comandante Boggiano per fare veder e che gli stava a cuore il coraggio e il pericolo cui si era esposto il distaccamento scrisse o almeno fece scrivere da persona estranea, una lettera all'Ammiragliato non essendone egli capace, per soddisfazione del comandante del distaccamento, lettera però che nulla diceva, però accompagnata con lettere particolari ai Sig. Segretari dell'Ammiragliato, i quali le pernici di Capraja che il Boggiano invia le piacciano assai, onde non dessero luogo a veruna ricompensa né al Serasio né al distaccamento, e solo quei bravi soldati Real Navi ebbero un 1/4 di vino di rigalo dal loro ufficiale dopo aver esposto migliaja di volte la loro vita nel riporre in salvo ogni oggetto componente la dotazione in caricamento sotto la responsabilità del comandante del forte e del Commissario i quali erano ben lontani dal pericolo per pusilanimità. Il Sig. Isnardi partito che fu per Genova lasciò l'assistente Boraggini il medesimo che pocchi mesi prima era stato delegato alle riparazioni da eseguirsi al forte e alle torri di quest'Isola, e che dei 5.000 franchi che vi era da spendere in riparazioni forse tre al più furono utilisati per il bene del Governo e due furono scialaquati in campagnate e pranzi, e prova sia i lavori che furono fatti appena partito il Sig. Ufficiale del Genio Isnardi, cioè il ponte levatojo stato fatto dal sarto del paese in moltissime giornate Lire 3 cadauna, oltre alli seguenti lavori cioè, scoprire il tetto della casa dell'impiegato dell'azienda le di cui lavagne furono vendute o rigallate di comun accordo del comandante del forte e Commissario e Boraggini, il quale quest'ultimo viveva ed alloggiava nella casa di certo Gio Matteo Cuneo a cui vennero rilascite le lavagne; fu pure scoprito il tetto del rimanente del Bagno e la cucina dell'ospedale, i quali legnami buoni furono utilisati per la formazione di un giardino che l'impiegato dell'azienda Sig. Morin fece fare al porto ove dimora, e furono impiegati a questi lavori diversi abbitanti di quest'Isola a ragione di Lire 2,50 ed una quantità di ragazzi a ragione di Lire 1 ed altri più picoli a centesimi 20 cadauno al giorno; però ebbero l'ardire di criticare il comandante di distaccamento che non volle permettere ai soldati suoi sobordinati di lavorare mentre il comandante del forte non gliene fece con suo ufficio richiesta alcuna. Tutti questi lavori consistettero a salvare legnami di verun valore il quale servì a fare la provvista d'inverno del comandante del forte lasciando i più materiali in deposito nell'ospedale ove fecero una magnifica porta mattonata che non era di verun bisogno per conservarli avendo distrutta l'antica ed aperta la nuova sulla batteria Ovest. Il 13 ottobre succedete un avvalamento di poco conto. La sera del 12 novembre alle ore 10 una scossa terribile fece tremare il forte e il paese tutto con spavvento di quella popolazione ed ebbe a rovinare in fondo al mare la casa tutta del commissario e metà del giardino della parte del maschio il quale era tutto intatto ancora oltre la metà della batteria del Sud Est lasciando un'apertura grandissima, la quale dal maschio prendeva i forni del forte veniva dirittamente all'Ovest nella camera del contabile del distaccamento,  poi voltava al Nord nella priggione del distaccamento e la latrina ed il camerone superiore oltre il retto dell'ospedale, allora la forza abbondonò il forte non essendovi più sicurtà di vita per il distaccamento, ed il comandante del forte ne fu oltremodo contento perchè vedeva in pericolo la sua vita e quella della sua consorte che di pocco ha preso solo dal momento che fu promosso a comandante di quest'Isola. Non si può descrivere la confusione che succedette alla mattina del 13 domenica: gli uomini del paese furono ammessi a lavorare onde trasportare fuori del forte tutto quanto si poté ed allora il Commissario si degnò di introdursi in forte però con tale tremito di paura che forse ne farà una malattia, ed il comandante pensò subito a procurarsi un alloggio in paese prima di pensare a salvare quanto era bisognoso. La polvere fu collocata alla torre del Porto, però quel rimanente che ancor vi era, essendossene stata trasportata una parte pochi giorni prima alla torre del Zenobito. Il Commissario prese a piggione un magazzeno onde riporre quanto veniva fuori dal forte trasportato, però con tale ordine che se ancora vi esiste qualche cosa è solo dovuto alla bontà dei borghesi che la trasportavano mentre nessuno vi era da retirare tutti i materiali in magazzeno, ed il Commissario era sempre in forte però sulla porta pronto a fuggire e solo capace a gridare, il comandante pensava alla sua mobiglia ed ai suoi denari ed alla moglie; l'ingegniere Boraggini, il quale può disporre del comandante e del Commissario a suo piacere come di due servi atteso che l'interesse li rende schiavi del medesimo, comandava a bachetta , e facendo note degli uomini che traslocavano i materiali, e quali precipitavano dal forte sassi enormi, quali dirocavano mura, oltre una turba immensa di ragazzi che oltre non facevano di essere inciampo ai lavoranti i quali guadagnavano Lire 2,50 ed i ragazzi 80 centesimi però il Boraggini non tralasciò di avere a sua tavola i polastri a Lire 3,50 ed i colombi a Lire 2 cadauno e per meglio essere sicuro della vita temendo che la scossa che avrebbe dato e fatto sentire quella gran massa che era in pericolo andò ad alloggiare al porto, mentre doveva ed era suo dovere di rimanere in paese onde essere alla portata di poter suggerire quelle disposizioni che la misera sua capacità le poteva inspirare, ma andando a rimanere al porto poteva essendo nell'alloggio del commissario compilare meglio i conti e le note da spedire all'azienda onde non fare figurare forse i ragazzi a centesimi 80 ma bensì i nomi dei ragazzi a Lire 2,50 così avrebbero tanto lui come il Sig. Morin, Commissario ed il Sig. Boggiano, già assuefatti pocchi mesi prima a vivere alle spalle del Governo per i lavori che dovevano eseguirsi in Capraja e torri, cosa che può ancora verificarsi perchè di quanto si fece poco precipitò per buona sorte, ed essere le torri intatte, e per i lavori che si sono fatti in questa occasione oltre al ponte levatojo fatto tutto di nuovo, oltre la porta dello spedale a nuovo, ed un picolo piedestalo che si voleva fare sotto l'archivolto che dal Bagno è unito all'alloggio dell'ajutante; però non finito essendo grande il pericolo in tale luogo, oltre alle lavagne vendute, o date in rigalo, ed ai legnami  che il commissario ed il comandante ebbero da riempiere le loro cantine per l'inverno ed i guadagni da farsi nelle note delle giornate d'operaj, e quelle dei ragazzi, quei tre Signori possono essere contenti che il Governo le dia luogo di trovare in questa misera isola la California. Il giorno 15 andante alle ore 3 1/2 circa pomeridiane rovinava con grande spavento della popolazione, a cui il Boraggini aveva dato luogo avendo percorso le abbitazioni vicine al forte di abbandonarle, ma però dopo tre vistose scosse rovinò in mare il forno principale, il rimanente della piazza dei guardiani del Bagno, tutto il passaggio che dal forno conduceva al maschio lascindo in tal modo il quartiere sull'orlo del pricipizio ed oltre di essere tutto aperto in varie parti, ed in grande pericolo pure la cisterna del nord ed il rimanente dell'ospedale come pure il maschio e forse la casa del comandante così il forte tutto sarà un muchio di macigni rovinati. Ora però la porta d'ingresso è custodita da una sentinella di giorno, di notte però si ritira chiudendo un picolo rastello, non potendossi chiudere la porta principale così quel poco che vi sarebbe da salvare, se qualche persona avesse volontà di prenderne parte e di impossessarsene è libera di farlo. Rimangono ancora nel forte tutti i pezzi di artiglieria in generale soli oggetti di alcunché di valore; il resto può dirsi di poco valore perchè legname in generale essendo il buono stato utilisato a seconda dei bisogni. Alle ore 5 1/2 circa pomeridiane il Sindaco fece chiamare i fratacci del paese e ordinandoli però con pagamento di fare un altro triduo per ringraziare Dio che il forte continua a cadere però senza fare male ad alcuno. Il suono delle campane  a quell'ora che accompagnate da tremendi tuoni e lampi, oltre una dirotissima pioggia incuttero tanto spavento in questa popolazione principalmente nelle donne che era da tremare perchè molte donne si fecero a gridare per le strade, che la fine del mondo era vicina adducendo il tempo e la caduta del forte, cosa che fece assai sensazione nella popolazione, e solo produtta dalla ignoranza del Sindaco e dei fratti che oltre ad una ipocrizia senza limite e rico di tutte le virtù dei figli di Lojola meno il coraggio mentre dihonora a ogni suo atto la honorata sua carica e fu in ciò secondato pure dai fratti. Riguardo poi al comandante, ecco un esempio delle sue virtù. Un condannato che lo serviva venne a morire, ed essendo che lasciava a mani del comandante le sue paghe dovute dal servizio che prestava in casa sua, morendo vi era da 30 e più lire che il virtuoso Boggiano voleva negare all'ajutante che aveva avuto l'ordine dal morente di ritirarle per farle fare tante preghiere dai fratti. Sentite questa: il Boggiano ebbe l'ardire poi di fare chieder il cappetto o drappo di velluto nero che il Sindaco possede ad uso della sua famiglia per farlo servire per il condannato il quale venne tumulato con tutti i fratti componenti la famiglia in Capraja, ed accompagnato da tutti i suoi compagni di gallera colla cattena e torcia alla mano. Sentite quest'altra: una sera il Boggiano trovò in sua casa una picola moneta di 50 centesimi che il suo servo aveva lasciata sopra un tavolino, e se la pose in scarsella; in quel mentre entra l'ajutante, ad interessarlo che vi era un condannato mezzo ammalato, ed ecco che Boggiano tira fuori i 50 centesimi trovati e  rimetterli nelle mani dell'ajutante pregandolo a voler rimettere quella monetta a mani del condannato. La mattina sucessiva il servo richiese al Boggiano se aveva rinvenuto centesimi 50 dal che rispose di sì, e che andasse pure dall'ajutante a farsele rimettere a cui le aveva rimesse, così il condannato fu obbligato a rimettere i centesimi 50 che aveva appena ricevuti. Il merito principale del comandante Boggiano ed il commissario Morin consistono col fare conoscere al pubblico caprajiese ed a bordo dei vapori postali che per la vendita dei sigari essi tengono il primo posto , mentre andando a dare pratica al vapore e ritirare il piego smerciano da 100 e più mazzi di sigari, oltre i pezzi e altri oggetti. Ciò a chi viene affidata la carica di comandante dell'Isola di Capraja ed a chi viene pure affidata quella dell'amministrazione, come pure quella dei lavori delle imprese per le riparazioni. Ora dovendo nuovamente il distaccamento Real Navi porre in salvo le artiglieri e lavorare sopra un terreno tremante quei poveri soldati cui un ammirabile condotta e disciplina sono pronti al primo tempo che lo permetta mentre continua una dirotta pioggia, ed allora farà il comandante valere il suo coraggio e l'interesse che pose per il Regio Governo mentre non si avvicina neanche al forte tanta è la sua viltà, così i soldati non avranno neanche la consolazione di avere buone parole dei superiori, e forse il loro comandante del distaccamento le farà fare qualche distribuzione di vino se pure il comandante Boggiano non lo impedirà di ciò fare. principalmente poi che venghi difesso al comandante dell'Isola di vendere sigari e pesci a bordo dei vapori postali unitamente al Commissario lasciando così un misero guadagno a questa disgraziata popolazione che ricava il vito da quel pocco trafico.

 

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